Epatite C

L’epatite C è una malattia contagiosa del fegato dovuta al virus  HCV appartenente alla famiglia dei flavivirus. In generale, il virus si trasmette quando il sangue di una persona infetta penetra nell’organismo di una persona indenne. Trasfusioni di sangue contaminato o di derivati del sangue, trapianti d’organo, iniezioni effettuate con siringhe contaminate, pratiche mediche o dentistiche che non rispettino la sterilità, tatuaggi o piercing rappresentano possibili modalità di trasmissione.  La trasmissione per via sessuale è più rara. Si stima che ogni anno 3-4 milioni di persone siano infettate dal VHC. A livello globale, 130-170 milioni di persone hanno un’infezione cronica e sono esposti al rischio di sviluppare una cirrosi o un cancro del fegato. Più di 350.000 persone muoiono ogni anno a seguito dell’infezione da HCV. Tra i paesi aventi tassi elevati di infezione cronica vi sono l’Egitto, con il 22% della popolazione infettata, il Pakistan e la Cina con più del 3% della popolazione infettata.

La conoscenza  dello stato infettivo di un individuo permette d’evitare il contagio ai membri della famiglia e della comunità. Certi paesi raccomandano lo screening di soggetti suscettibili di presentare un rischio di infezione, come i soggetti che hanno ricevuto trasfusioni, i consumatori di droghe, gli emodializzati, gli operatori della sanità, le persone HIV positive,  i bambini nati da madre infetta.

Contrariamente all’epatite A e B, non esistono vaccini contro l’infezione da HCV. Si può ridurre il rischio di contrarre l’infezione evitando iniezioni inutili o rischiose, trasfusioni a rischio, il consumo di droghe di qualsiasi tipo, tatuaggi e piercing, rapporti sessuali non protetti.

L’infezione acuta è raramente diagnosticata e sovente è asintomatica. Nei casi in cui l’infezione porti a una epatite clinica, lo spettro dei sintomi è generalmente graduale, con anoressia, dolori addominali, nausea e vomito seguiti dallo sviluppo in alcuni casi di ittero (meno frequente rispetto all’epatite B).

La presenza  di anticorpi  anti-HCV indica che il soggetto è o è stato infettato. Si ricorre  al test RIBA e alla ricerca dell’RNA virale per confermare la diagnosi.  Si pone la diagnosi di infezione cronica quando sono presenti gli anticorpi specifici da più di sei mesi.

Statisticamente, il 60-70% dei soggetti con un’infezione cronica sviluppa  una malattia epatica cronica, 5-20% una cirrosi e l’1-5% muore di cirrosi o di cancro del fegato. Il trattamento dell’infezione da HCV si basa sull’interferone  e sulla ribavirina. Non tutti i genotipi rispondono bene all’interferone. Il farmaco talvolta non è ben tollerato ed una parte di pazienti non finisce il trattamento. La ricerca sta studiando  nuovi farmaci antivirali per via orale che si spera diano buoni risultati per quanto riguarda efficacia e tollerabilità. Vi può essere un’esposizione al rischio di epatite C nelle persone che ricorrono a trattamenti sanitari all’estero. Infatti, una percentuale non trascurabile di pazienti ricorre alle cure di dentisti, di medici estetici e di altre discipline all’estero, specie nei paesi dell’ex Jugoslavia, in Romania, India. Il fenomeno è presente non solo in Italia, ma in altri paesi industrializzati. Tali viaggiatori possono correre vari rischi legati alle condizioni di scarsa igiene delle pratiche mediche.

I viaggiatori sono a rischio adottando comportamenti inadeguati come l’utilizzo di aghi o siringhe contaminati, agopuntura, piercing e tatuaggi. Un incidente o un’emergenza medica che richieda una trasfusione di sangue può rappresentare un rischio di infezione se il sangue non è stato screenato per HCV. I viaggiatori di organizzazioni umanitarie  possono essere esposti a sangue infetto o ad altri fluidi corporei in ambiente ospedaliero.

Epatite E

La malattia è dovuta a un virus appartenente alle Caliciviridae. L’epatite E si trasmette attraverso l’utilizzo di acque contaminate.  È possibile anche la trasmissione diretta oro-fecale e da persona a persona. Non esiste un insetto vettore. Il virus dell’epatite E ha serbatoi negli animali domestici. Uno di questi è il maiale. Le manifestazioni cliniche e il corso della malattia sono generalmente simili a quelli dell’epatite A. Come per l’epatite A non esiste una fase cronica. I giovani adulti sono colpiti più frequentemente. Nelle donne gravide durante il terzo trimestre di gravidanza l’epatite E può assumere una forma molto severa con tassi di fatalità del 20%. Molti casi, sia sporadici che epidemici, avvengono in paesi con precarie condizioni igienico-sanitarie e con scarsi controlli dell’acqua da bere. I viaggiatori dei paesi in via di sviluppo possono essere a rischio se esposti a scarse condizioni igienico-sanitarie e ad acque non controllate. Non esistono vaccini contro l’epatite E e pertanto i viaggiatori devono seguire scrupolosamente le norme generali di sicurezza alimentare  per quanto riguarda cibi e bevande.

Febbre della valle del Rift (RVF)

La febbre della valle del Rift (RVF) è una zoonosi (una malattia che colpisce principalmente gli animali, ma occasionalmente causa una malattia nell’uomo). Può causare una malattia severa sia negli animali che nell’uomo. Il virus che causa la RVF appartiene al genere Phlebovirus, uno dei cinque generi della famiglia dei Bunyaviridae. Trasmissione – Il virus della RVF è diffuso tra gli animali attraverso la puntura di zanzare infette. Un’ampia varietà di specie di zanzare può agire come vettore per la trasmissione della RVF in differenti regioni.  Le varie specie di vettori giocano un ruolo differente nel sostenere la trasmissione del virus. L’Aedes aegypti per esempio possono infettarsi cibandosi di animali infetti e sono capaci di trasmissione ovarica (trasmissione del virus da zanzare femmine infette alla progenie attraverso le uova) così che una nuova generazione di zanzare infette può schiu- dersi dalle uova. Questo consente un meccanismo durevole per mantenere il virus in natura, poiché le uova di queste zanzare possono sopravvivere anche per diversi anni in condizioni di siccità. Durante le inondazioni di habitat larvali, per alluvioni o durante la stagione delle piogge, le uova si schiudono e la popolazione di zanzare aumenta e diffonde il virus agli animali dei quali si nutre. Aedes non infette e altre specie di zanzare nutrendosi di animali infetti, con viremia, diventano a loro volta infetti perpetuando l’epidemia trasmettendo il virus agli animali di cui si nutriranno poi. Le pecore sono gli animali più sensibili.  Lo sono anche i cammelli, i bovini e le capre. L’epidemia si manifesta tra il bestiame come un’ondata inspiegabile di aborti. Il tasso di aborti tra le bestie gravide è intorno al 100%. Durante le epizootie, la gente può contrarre la RVF venendo punta da una zanzara infetta o attraverso il contatto con il sangue di animali infetti durante la macellazione, attraverso l’ingestione di latte non pastorizzato o attraverso l’inalazione come aerosol di materiale infetto.

Clinica – Il periodo d’incubazione varia da 2 a 6 giorni. Segue una malattia simil-influenzale con inizio improvviso di febbre, cefalea, mialgia e dorsalgia. Alcuni pazienti hanno rigidità nucale, fotofobia e vomito. I sintomi di RFV durano di solito 4-7 giorni, dopodichè la risposta immunitaria diviene rilevabile con la comparsa di IgM e IgG e la scomparsa del virus circolante nel torrente sanguigno. Nella maggioranza dei casi la malattia è di lieve entità, ma in una piccola percentuale di casi (0,5-2%) diviene severa manifestandosi con sintomatologia  oculare (lesioni della retina), meningoencefalite e febbre emorragica.  La sintomatologia oculare e la meningoencefalite si manifestano 1-3 settimane dall’inizio dei primi sintomi. La febbre emorragica invece si manifesta 2-4 giorni dall’inizio dei primi sintomi e si presenta con un quadro grave: ittero, petecchie ed altri fenomeni emorragici. Il tasso di fatalità nel caso di febbre emorragica è del 50%. Diagnosi e trattamento – I test sierologici come i metodi ELISA o EIA possono dimostrare  la presenza di specifici anticorpi al virus. Il virus stesso può esser trovato nel sangue durante la fase della viremica attraverso una varietà di tecniche, tra cui la PCR, un metodo molecolare per scoprire il genoma del virus. Nella maggioranza dei casi non viene richiesto alcun trattamento. Per le manifestazioni più gravi della malattia il trattamento è solo di supporto.

Prevenzione – La RVF può essere prevenuta attraverso un programma di vaccinazione animale. È stato sviluppato anche un vaccino inattivato per uso umano. Questo vaccino non è in commercio, ma è stato usato sperimentalmente per proteggere il personale veterinario e di laboratorio, che dovrà parimenti usare tutte le note precauzioni quando deve maneggiare campioni di laboratorio o animali potenzialmente infetti. Occorre inoltre evitare le punture di insetto attraverso un vestiario appropriato che copra la maggior parte del corpo, con le zanzariere, l’uso di insetto-repellenti e di insetticidi.

Febbre emorragica da virus Ebola

Il virus Ebola causa una severa epidemia  di febbre emorragica virale negli esseri umani. Le epidemie hanno un tasso di letalità che arriva al 90%. Le epidemie da febbre emorragica Ebola avvengono principalmente in remoti villaggi nell’Africa Centrale ed Occidentale vicini alle foreste tropicali. Il virus è trasmesso alle persone da animali selvaggi e si diffonde nella popolazio- ne umana attraverso la trasmissione da uomo a uomo. I pipistrelli della famiglia Pteropodidae sono considerati  essere il serbatoio naturale del virus Ebola.  Non esiste trattamento o vaccino disponibile sia per gli uomini che per gli animali. Ebola apparve inizialmente nel 1976 in due epidemie simultanee a Nzara (Su- dan) e a Yambuku  (Repubblica  Democratica del Congo).  Questa seconda  epidemia si verificò in un villaggio situato vicino al fiume Ebola da cui la malattia prese nome. Il virus Ebola si divide in cinque differenti specie: Bundibugyo, Ivory Coast,  Reston,  Sudan e Zaire.  Le specie Bundibugyo, Sudan e Zaire si associano ad ampie epidemie di febbre emorragica Ebola in Africa mentre le specie Ivory Coast e Reston no. La specie Reston trovata nelle Filippine può infettare gli esseri umani ma al momento nessuna malattia o morte è stata riportata.

Il virus Ebola è introdotto nella popolazione umana attraverso stretti contatti con il sangue, le secrezioni, gli organi o altri fluidi corporei di animali infetti. In Africa l’infezione è stata documentata a seguito di un contatto con scimpanzè, gorilla, scimmie, pipistrelli, antilopi e porcospini trovati morti o malati nella foresta pluviale. Successivamente il virus Ebola si diffonde nella comunità attraverso la trasmissione da uomo ad uomo che deriva da uno stretto contatto con il sangue, le secrezioni ed altri fluidi corporei di persone infette. Le cerimonie funebri dove le persone in lutto hanno un contatto diretto con il corpo delle persone decedute può giocare un certo ruo- lo nella trasmissione  del virus Ebola. Gli operatori sanitari sono stati frequentemente  infettati mentre trattavano pazienti affetti da virus Ebola. Ciò è accaduto a causa di uno stretto contatto con l’ammalato in assenza di corret- te misure di prevenzione e controllo dell’infezione e senza le procedure di barriera (camici, mascherine, guanti, occhiali ed altro) nella gestione del paziente. Sono state documentate  anche infezioni (anche clinicamente asintomatiche) in lavoratori che erano entrati in contatto con scimmie o maiali infettati dal virus Ebola Reston. In altre parole il virus Ebola Reston sembra essere meno capace di provocare la malattia negli esseri umani rispetto alle specie Ebola anche se vi potrebbero essere gruppi a rischio come le persone immunocompromesse, i malati cronici, le donne gravide e i bambini.

La febbre emorragica  da virus Ebola causa una severa malattia virale caratterizzata da un esordio improvviso con febbre, astenia profonda, dolore muscolare, cefalea e mal di gola. Questo quadro è seguito da vomito, diarrea, rash cutaneo, insufficienza renale, insufficienza epatica e in certi casi da sanguinamento interno ed esterno. Esami di laboratorio mostrano una diminuzione dei globuli bianchi, dei globuli rossi e delle piastrine così come un aumento degli enzimi epatici. Il malato è contagioso fino a quando il sangue e sue secrezioni contengono il virus. Il virus Ebola è stato isolato dal liquido seminale fino a 61 giorni dopo l’inizio della malattia. Il periodo di incubazione varia da 2 a 21 giorni. Nelle epidemie riportate fino ad oggi il tasso di letalità è variato dal 25% al 90%.

Le infezioni da virus Ebola possono essere diagnosticate in modo definitivo in laboratorio attraverso differenti test: l’enzyme-linked immunosorbent assay (ELISA), i test che rilevano l’antigene, l’RT-PCR Test e l’isolamento del virus nelle colture cellulari.

Le epidemie più importanti si sono verificate negli ultimi anni in Uganda, Repubblica Democratica del Congo, Sudan, Gabon, Congo e Costa d’Avorio.

Febbre emorragica di Crimea-Congo

La febbre emorragica di Crimea-Congo (CCHF) è endemica dove si trovano le zecche del genere Hyalomma: Africa, incluso il Sud Africa, i Balcani, il Medio Oriente, la Russia, la Cina occidentale.  E’ altamente endemico in Afghanistan, Iran, Pakistan e Turchia. Il virus della CCHF è trasmesso agli esseri umani da zecche infette o per diretto contatto con animali vivi o carcasse di animali infetti, di solito bestiame domestico o per consumo di carne infetta. Vi è talvolta una trasmissione nosocomiale. Il quadro clinico della malattia è severo con inizio acuto caratterizzato da febbre, senso di prostrazione, seguito da forme severe di coagulopatia con ecchimosi. Il danno endoteliale può portare a edema polmonare, insufficienza epatica e a stato di shock.

Filariosi Linfatica

Di tutte le malattie tropicali neglette, la filariosi è una delle più antiche e invalidanti. Si stima  che nel 2010 vi fossero 120 milioni di persone infestate  in 72 paesi e circa 1,39 miliardi il numero di quelli che vivevano in aree dove la filariosi è endemica e dove sia necessario la somministrazione di massa di farmaci. Circa 40 milioni di persone soffrono di manifestazioni stigmatizzanti e inva- lidanti di questa malattia. Tra essi, 15 milioni presentano un linfoedema (elefantiasi) e 25 milioni di uomini edemi genito-urinari, principalmente idrocefalo dello scroto. Nel 2000 è stato lanciato il Programma Globale per eliminare la filariosi linfatica (GPELF) con  lo scopo di eliminare la malattia come problema di sanità pubblica entro l’anno2020. Dei 72 paesi dove la filariosi linfatica è considerata endemica, 53 hanno implementato la somministrazione di massa di farmaci per fermare la trasmissione. Durante il periodo 2000-2010, sono stati somministrati più di 3,4 miliardi di dosi di farmaci per raggiungere 897 milioni di persone. Nella fase iniziale del Programma si consideravano paesi endemici quei paesi di cui esistevano storicamente informazioni relativamente a microfilaremia e filariosi. Si è visto poi che nove paesi ritenuti endemici non necessitavano in realtà di distribuzione di massa di farmaci: Burundi, Capo Verde, Costa Rica, Mauritius, Ruanda, Seychelles, Isole Salomone, Suriname e Trinidad e Tobago. Alla fine del 2010, 59 paesi avevano completato la mappatura dei loro focolai endemici, 11 l’avevano in corso.

Nel 2010 l’Africa aveva raggiunto 82,4 milioni di persone, rispetto ai 69 milioni del 2009. Nel 2010, in tutti i paesi endemici, ad eccezione del Brasile, la popolazione aveva ricevuto una combinazione di farmaci comprendente il citrato di dietilcarbamazina (DEC) oltre all’albendazolo o l’ivermectina più albendazolo. Nei paesi dove sono stati distribuiti 2 farmaci in associazione, circa 130 milioni di bambini di età compresa tra i 2 ed i 14 anni hanno ricevuto un trattamento. In Africa, nel 2010 la filariosi linfatica è rimasta endemica in 34 dei 46 paesi della Regione.