Convegno nazionale su “Viaggi internazionali e salute”

Convegno nazionale su “Viaggi internazionali e salute”

Venerdì 13 novembre 2015 si svolgerà a Rimini presso le Aule dell’Università di Via Clodia il Convegno nazionale su “Viaggi internazionali e salute” organizzato dalla Società Italiana di Medicina del Turismo in collaborazione con il Dipartimento di Scienze di Qualità della Vita dell’Università di Bologna.

Il Convegno affronterà temi di grande attualità come l’impatto della migrazione sulla salute pubblica e le politiche nazionali di vaccinazione per la prevenzione e il controllo delle malattie infettive.
La lettura magistrale sarà tenuta dal Prof. Robert Steffen, dell’Università di Zurigo fondatore dell’International Society of Travel Medicine e massima autorità a livello mondiale nel campo della Travel medicine.
La relazione sulle vaccinazioni sarà tenuta da Gaetano M. Fara, Professor emerito dell’Università La Sapienza di Roma.
Il tema del rapporto tra Migrazione e salute sarà trattato dal Dott. Davide Mosca, responsabile delle politiche sanitarie dell’IOM, agenzia dell’Onu per la Migrazione.
Interverrà inoltre Eugenio Luciani, amministratore di Softmed, in merito alle questione dell’Innovazione digitale nell’ambito della Travel medicine.

Il Convegno prevede anche la trattazione del tema sulla contraffazione dei farmaci e quello dell’infezione da Coronavirus MERS che sta provocando un’epidemia nella Penisola Arabica.
L’ingresso è gratuito. Si invita tutti alla partecipazione.

 

 

IL VIAGGIO: cibo per il corpo, la mente, lo spirito

IL VIAGGIO: cibo per il corpo, la mente, lo spirito

Convegno: il Viaggio, cibo per il corpo, la mente e lo spirito
Venezia, 26 Giugno 2015

 

Programma IL VIAGGIO cibo per il corpo, la mente, lo spirito pdf_Pagina_2

Sala San Domenico, Ospedale SS. Giovanni e Paolo
Ingresso dalla Scuola Grande di San Marco

Questa iniziativa rientra nel programma 2015 delle attività della Scuola Grande di San Marco, in collaborazione con San Servolo Servizi.

Questo Convegno introduce la partecipazione dell’Azienda Ulss 12 Veneziana ad Expo Aquae 2015.
Per informazioni ed iscrizioni:
e-mail [email protected]
Tel. 041 5294323
INGRESSO LIBERO ISCRIZIONE GRADITA TRAMITE E-MAIL

Mostra: la malattia che viaggia: dalla Peste ad Ebola

Mostra: la malattia che viaggia: dalla Peste ad Ebola

Si inaugurerà domani a Venezia presso l’Ospedale san Giovanni e Paolo alle ore 17.30 la Mostra su LA MALATTIA CHE VIAGGIA: DALLA PESTE AD EBOLA. La Mostra illustra le caratteristiche cliniche ed epidemiologiche delle principali malattie epidemiche che hanno funestato il cammino dell’umanità: peste, sifilide, vaiolo, colera, tubercolosi e  le misure di sanità pubbliche adottate dagli Stati per fronteggiarle: lazzaretti, fedi e patenti di sanità, bandi, disinfezione delle lettere.

Grandi malattie epidemiche del passato, ma anche malattie infettive emergenti, che con l’enorme flusso migratorio in corso e  l’incremento straordinario dei viaggi internazionali diventano problemi di sanità internazionale allorquando si presentino in qualche parte del mondo; come accade oggi per l’epidemia di Ebola che infierisce in Guinea, Sierra Leone e Liberia.

La Mostra contiene importanti riferimenti letterari: il Decamerone del Boccaccio, La storia della colonna infame, i Promessi sposi del Manzoni, La peste di Camus, La Maschera della morte di Edgar A. Poe, per consentire al pubblico di comprendere come la paura del contagio e della morte siano rimasti sempre gli stessi nei secoli e per avvicinare a questo evento culturale gli studenti italiani. La Mostra presenta inoltre un grande numero di documenti originali: patenti di sanità, editti, piante di lazzaretti, oggetti di culto e di superstizione per scongiurare il flagello.

Domani sarà presentata al pubblico dal Presidente della Regione Luca Zaia, dal direttore generale dell’ULSS12 Dr Giuseppe dal Ben e dal Presidente della Società Italiana di Medicina del Turismo, Dr Walter Pasini.

La Mostra rimarrà aperta dal 25 febbraio al 25 maggio 2015.

Per vedere tutte le foto dell’inaugurazione clicca qui.

Ministero della Salute

Ministero della Salute

La Malattia che viaggia Venezia

La Malattia che viaggia Venezia

Un nuovo welfare per l’Italia che cambia

Un nuovo welfare per l’Italia che cambia

Sanità e servizi sociali: un nuovo welfare per l’Italia che cambia, sarà il tema dell’incontro pubblico che si svolgerà A Rimini mercoledì 18 maggio alle ore 18 presso la sala Buonarrivo della Provincia in Corso d’Augusto 231.

La società moderna ha subito negli ultimi anni profonde trasformazioni sul piano demografico, antropologico e socio-economico. L’ invecchiamento della popolazione, la disoccupazione giovanile, l’immigrazione di massa dall’Africa, dall’Est Europa e dal Medio-Oriente pongono nuovi problemi al sistema sanitario e socio-assistenziale.Locandina Sanità e servizi sociali
Come si declina oggi la solidarietà in un Paese come l’Italia? Come prendersi cura dei soggetti più deboli? Quali potrebbero essere nuovi modelli di welfare? Come si deve trasformare l’assistenza sanitaria nell’Italia che cambia?
A queste domande risponderà On. Mario Marazziti, presidente della Commissione Affari sociali della Camera.

Interverranno l’On. Lorenzo Dellai Presidente di Democrazia Solidale e il Dott. Giovanni Ramonda responsabile generale dell’ Associazione Papa Giovanni XXIII.

Moderatore dell’incontro sarà il dr Walter Pasini, esperto di sanità internazionale e presidente del Centro Studi di Antropologia e Psicologia Comparata Paolo Mantegazza.

Vecchie e nuove epidemie

Vecchie e nuove epidemie

La storia dell’uomo è stata accompagnata da grandi epidemie che ne hanno condizionato l’evoluzione ed il percorso storico. Quando le popolazioni hanno iniziato a raggiungere una certa densità ed hanno incrementato la mobilità hanno creato i presupposti per la diffusione di malattie epidemiche, capaci di colpire in breve tempo molti individui. Non è sempre facile poter identificare la malattia responsabile di ogni singola epidemia. Con il termine “peste” oggi riferito ad una specifica malattia, si indicavano tutte le malattie a grande diffusione ed elevata mortalità.Le parole peste e contagio incutevano terrore perché collegabili immediatamente alla morte. Da tempi immemorabili la peste era considerata un flagello divino ragion per cui essa veniva esorcizzata facendo ricorso alla mediazione dei santi, come San Rocco, o della Madonna. E’ per ringraziare la Madonna per aver consentito la fine della peste a Venezia che i veneziani fecero erigere nel 1600 Santa Maria della Salute. Oltre ad essere interpretate come castigo divino le pestilenze vennero interpretate facendo ricorso all’ astrologia ( congiunzioni ed opposizioni di pianeti) o alla teoria dell’avvelenamento ( ad ebrei e lebbrosi venne attribuita la responsabilità della peste nera del 1300, agli “untori” – come scrive Manzoni nei Promessi Sposi- quella del 1630. Tutte queste interpretazioni esprimevano chiaramente una radicata sensazione di impotenza e ineluttabilità. La spaventosa mortalità delle epidemie era ben nota e tristemente e fatalmente attesa.
Necessità di informazioni attendibili e tempestiveTutti coloro che erano istituzionalmente preposti al governo delle città erano interessati alla salute dei loro concittadini e si rendevano conto della necessità di avere notizie aggiornate sulle condizioni di salute delle popolazioni vicine essendo consapevoli che soltanto informazioni tempestive sulla comparsa di qualche focolaio epidemico costituiva la più efficace premessa per misure preventive. Nei secoli passati, i canali di informazione di cui le autorità si potevano servire erano i viaggiatori- per terra o per mare- che raccoglievano informazioni nelle stazioni di posta o nei porti. Questi viaggiatori si potevano considerare come le attuali sentinelle dell’attuale sorveglianza epidemiologica o ambasciatori sanitari inconsapevoli. A volte, le autorità davano a validi funzionari o a medici l’incarico di recarsi ufficialmente o in segreto nei paesi vicini, negli stati confinanti ove vi fosse il sospetto di qualche malattia contagiosa per riportare in patria notizie attendibili. Dalla metà del 1500, le autorità si scambiarono informazioni di carattere sanitario, impegnandosi a non celare la verità, sempre più convinte che questa reciproca lealtà era la più seria garanzia di tutela della salute reciproca. I vari Magistrati, le varie Congregazioni di Sanità inviavano perciò alle strutture estere consorelle circolari puntuali ed aggiornate, ma in pratica accadeva che non sempre i medici erano d’accordo sul carattere epidemico di certe malattie o che le autorità dimostrassero incredulità di fronte alla diagnosi di un medico o che intenzionalmente nascondessero alla popolazione la gravità della situazione per non destare allarme. Spesso accadeva che la popolazione si allarmasse a dismisura o restasse pericolamene tranquilla. Accadeva anche che molte voci allarmistiche venissero diffuse di proposito e che le autorità fossero costrette a diffondere dichiarazioni pubbliche di smentita. La messa al bandoUna delle misure più impegnative messe in atto da tutti gli stati per proteggersi dalle pestilenze era la messa al bando di una città, di un paese dove si sospettava l’esistenza di un focolaio di contagio. La messa al bando era strettamente correlata ad un’altra misura di protezione: l’istituzione di cordoni sanitari in terra o in mare per evitare il contagio. La messa al bando va considerata come il mezzo più frequentemente usato per cercare di realizzare una prevenzione delle malattie epidemiche. Essa comportava l’interruzione di ogni rapporto commerciale e di comunicazione con la località o il paese considerato potenzialmente fonte di contagio. I paesi dell’Impero Ottomano e dell’Africa venivano spesso banditi perché ritenuti pericolosi.Per diffondere il messaggio del rischio e della necessità di interrompere viaggi verso località o paesi le autorità civili o sanitarie usavano persone chiamate “banditori” che avevano il compito di diffondere questo messaggio tra la popolazione sparsa sul territorio e per lo più analfabeta. L’ordine trasmesso attraverso il banditore veniva chiamato Bando, Editto, Ordinanza o Decreto. La disinfezione delle lettereLa posta è stata considerata per secoli un pericoloso veicolo di contagio: La carta era di per sé ritenuta suscettibile di ricevere, conservare e trasmettere il contagio. E’ facile pertanto immaginare la diffidenza da cui era pervaso chi- prima ancora del destinatario- doveva toccare una missiva lungo il viaggio che essa intraprendeva per giungere a destinazione. La disinfezione della posta (lettere, manoscritti, dispacci, giornali) è stata una delle più comuni misure messe in atto nell’intento di prevenire la diffusione del contagio.Le lettere potevano essere disinfettate esternamente o anche esternamente ed internamente. Lungo le strade consolari o comunque lungo i percorsi dei flussi postali si trovavano le stazioni di disinfezione dove un certo numero di addetti, forniti di guanti, grembiuli di tela cerata prendevano con lunghe pinze le lettere, le ponevano su un tavolo, le aprivano, le disinfettavano per poi raccogliere e bruciare ogni frammento di carta rimasto. Le modalità di disinfezione sono state diverse a seconda delle zone e delle epoche. Per secoli, le virtù purificatrici attribuite al fuoco hanno tranquillizzato gli incaricati alla disinfezione delle lettere. Si usavano legni odorosi, sostanze aromatiche oppure sterpaglie. Purtroppo la carta si bruciava facilmente per cui era necessaria una grande attenzione nei passaggi delle lettere sulla fiamma. Si spaccava nel senso della lunghezza l’estremità di una canna e nello spacco si infilava il foglio da passare sulla fiamma. L’immersione nell’aceto era anch’esso ritenuto un sistema molto sicuro di disinfezione. Le lettere erano aperte, spruzzate con l’aceto, quindi asciugate. Anche questo sistema aveva degli inconvenienti poiché non tutti gli inchiostri resistevano all’aceto ed alcuni manoscritti diventavano illeggibili: danno irreparabile quando si trattava di lettere commerciali o di documenti bancari. Nel tentativo di evitare una parte almeno dei suddetti inconvenienti, gli operatori cercavano di abbreviare al massimo il tempo dell’immersione. Entrambe le modalità di disinfezione esigevano l’apertura delle lettere, quindi davano la possibilità di violare il segreto epistolare. In certe stazioni di disinfezione, l’operazione avveniva in presenza di un funzionario degli Affari Esteri o di un funzionario di Polizia. Solo nel 1886, a seguito della scoperta dell’agente eziologico del colera e dopo la Conferenza Sanitaria di Parigi (1855) le lettere furono considerate estranee alla possibilità di diffondere malattie e qualche tempo dopo fu sospesa la loro disinfezione.E’ paradossale che a distanza di tanto tempo – come è accaduto begli USA durante i mesi in cui spore di antrace venivano diffuse come azione di bioterrorismo- il contagio sia avvenuto proprio attraverso uno strumento considerato erroneamente pericoloso per oltre 400 anni.Misfatti sanitari e pene correlateNei secoli passati, le rigide leggi in materia di sanità erano enunciate sempre in maniera molto chiara. Quindi era facile battezzare come reo chi le infrangeva e difficile sfuggire al loro rigore. I misfatti più frequenti si possono ricondurre a quelli espressamente previsti nella maggior parte dei Regolamenti Sanitari come l’oltrepassare i limiti prescritti del cordone sanitario. Le pene erano particolarmente severe e comportavano spesso la pena di morte, mutilazioni o torture. Le imbarcazioni potevano essere spesso responsabili di gravi misfatti sanitari. Le pene erano estese talvolta ai familiari. Ben nota è la “Storia della colonna infame” narrata da Alessandro Manzoni: questa colonna fu eretta nel 1630° Milano sull’area risultante dalla demolizione della bottega di un barbiere condannato come untore affinché tutti potessero ricordare l’evento e l’esemplare condanna.La delazione era all’ordine del giorno, non sempre dettata da una legittima paura, a volte legata a qualche interesse particolare ed al desiderio di vendetta. Sulla scalinata della Basilica Palladiana di Vicenza si può ancor oggi ammirare il marmoreo mascherone nella cui bocca beffarda ogni cittadino poteva inserire le sue denunce segrete in materia di sanità. Documenti sanitari per viaggi di terra e di mareIn tempi di contagio scattavano misure restrittive finalizzate a proteggere le comunità ancora indenni. Gli arrivi di persone, merci ed animali erano visti con occhio spaventato e tutti cercavano di proteggersi da questi possibili veicoli di infezione. Una delle misure di prevenzione più antiche, la più diffusa e meglio documentata, fu l’istituzione della Fede di sanità, attestato di cui si doveva munire chi iniziava un viaggio di terra e che “faceva fede”, certificava lo stato di salute di cui godeva il paese di partenza del viaggiatore e di conseguenza, presumibilmente, del viaggiatore stesso. La Fede di sanità, vero e proprio Passaporto Sanitario, era considerata un documento particolarmente importante che le autorità nel timore di frodi seguivano attentamente dal momento della stampa fino a quello della consegna a chi lo doveva compilare.Mentre l’analogo documento che accompagnava una imbarcazione – la Patente di sanità- era necessariamente rilasciata dall’autorità di un porto ( da una Deputazione Sanitaria investita di grandi poteri), la fede di sanità era rilasciata anche in piccoli agglomerati urbani. Mentre òe patenti di sanità sono il più delle volti belle stampe munite dei noti bolli di sanità, le fedi sono il più delle volte piccoli e semplici foglietti manoscritti compilati da un impiegato del comune. Le fedi dovevano riportare le caratteristiche somatiche della persona cui erano rilasciate insieme ad ogni altro elemento utile per una sicura identificazione. Se il cammino era lungo, il viaggiatore incontrava sicuramente per strada qualche controllo sanitario dove si disinfettava documento e si aggiungeva qualche annotazione che serviva principalmente per confermare i luoghi dove il viaggiatore era transitato. Ogni imbarcazione, quando si accingeva a salpare, doveva munirsi di alcuni documenti- diversi a seconda della stazza, del tipo di vela, del porto di imbarcazione , del carico e della nazionalità. Tra questi vi era la Patente di Sanità, considerato il documento più importante nei tempi in cui infierivano epidemie. Alcune patenti erano prestampate per un uso specifico: alcune per il trasporto del sale, altre per accompagnare le barche da pesca, altre ancora accompagnavano i passeggeri imbarcati o le merci che riempivano la stiva o gli animali. Le patenti dovevano essere scritte con inchiostro e portare il bolle delle autorità che le rilasciava. Tutti i magistrati di sanità – nell’ambito del rispetto verso paesi stranieri- si impegnavano ad annotare sulle patenti che rilasciavano la triste evenienza dei primi casi di malattie contagiose.Le Patenti di sanità venivano accuratamente controllate da funzionari o medici deputati al controllo sanitario.Se le imbarcazioni provenivano da porti considerati sospetti, se durante la navigazione la barca era stata attaccata da corsari, l’equipaggio, i passeggeri ed il carico venivano messi in quarantena. Alla fine del periodo di quarantena il medico visitava nuovamente equipaggio e passeggeri e dava eventualmente il suo benestare al proseguo del viaggio. In genere le patenti del 1600 e del 1700 rispecchiano la religiosità della gente di mare riproducendo spesso il Cristo, la Madonna ed i santi protettori.I lazzarettiCon questo termine venivano indicati quegli ospedali dove un tempo si curavano i lebbrosi. Essi indicavano poi quei luoghi recintati presso i porti marittimi dove le navi, i naviganti e le loro merci venivano sottoposti a periodi di quarantena in tempi sospetti di pestilenza, A seconda delle epoche e delle località il lazzaretto ha assolto il compito di luogo di ricovero di malati molto gravi oppure di luogo nel quale uomini, animali e merci restavano isolati per tutto il periodo della quarantena.La Città/Stato di Venezia, la Repubblica della Serenissima fu la prima ad introdurre alla metà del 1300 il primo lazzaretto e le prime misure quarantenarie. Alcuni lazzaretti di grande dimensioni furono realizzati da architetti famosi e si possono ammirare ancor oggi come quello di Ancona nelle Marche e quello di San Gregorio a Milano, noto per il ruolo svolto durante l’epidemia di peste del 1576. I lazzaretti erano dotati di un Regolamento che prevedeva come ad esempio quello di Nitida ( Napoli) la distinzione in tre classi a seconda del prezzo pagato. L’organico del lazzaretto prevedeva la figura del medico, del cappellano, del custode, del curato, del capitano e delle guardie. Tutte queste figure dovevano render conto ad un Direttore. Il periodo di contumacia aveva una durata di quaranta giorni perché secondo la dottrina ippocratica dei giorni critici il quarantesimo è l’ultimo giorno nel quale può manifestarsi una malattia acuta, come appunto la peste. Il presupposto delle misure di contumacia fu la necessità di evitare la totale paralisi che faceva seguito alla messa al bando che in ambito marinaro ebbe per molti anni come conseguenza il rifiuto delle imbarcazioni che giungevano da paesi infetti, specie dal Levante Ottomano, considero perenne serbatoio di contagio. Il termine quarantena fu usato dapprima per indicare che l’isolamento durava quaranta giorni e tale fu conservato quando la contumacia era limitata a tre quarti di luna ( 22 giorni) o a due settimane .Le infinite disquisizioni sulla durata della contumacia fanno capire le difficoltà in cui si trovava chi doveva prendersi la responsabilità di garantire la tranquillità e la salute della popolazione con quella di non penalizzare il commercio.Nel ‘700/’800 un viaggio per le Americhe o per il Nord Europa poteva durare ben oltre un mese: l’equipaggio quindi tornava al porto di partenza dopo diversi mesi dove l’attendeva una contumacia di un altro mese.Capitava dunque che qualche marinaio approfittasse della notte per scappare pur consapevole dei rischi che correva. Insieme alle merci anche gli animali dovevano restare in quarantena. Alcuni lazzaretti avevano stalle molto ampie. Le spese della quarantena di quanti si spostavano via terra erano a carico dei viaggiatori, quelle per via mare erano a carico del padrone delle imbarcazioni. Oltre alla quarantena nei lazzaretti, nei periodi di epidemie le persone potevano essere sottoposte a sequestro domiciliare, specie se la famiglia che vi abitava aveva avuto un decesso dovuto alla malattia epidemica che infieriva in quel momento.I mediciDurante i periodi di epidemia, i medici erano in prima fila. La spaventosa contagiosità della peste non risparmiava nessuno che avesse rapporto con gli appestati, cosicché insieme a migliaia di popolani morivano di peste o di altre epidemie anche i medici. Il timore di non avere più medici era molto sentito tanto che , in considerazione del rischio di esser contagiato e morire, si invitava talvolta i medici a vivere in abitazioni di campagna. Alcune volte, il medico, consapevole del rischio della sua vita sceglieva la soluzione della fuga attirando su di sé lo sdegno e l’ira da parte della comunità e delle autorità sanitarie e civili.Di fronte all’incalzare del male, la gente cercava i medici più bravi, più pronti e disponibili. I medici che prestavano la loro attività nei lazzaretti erano i più esposti al contagio e venivano mal visti dalla popolazione perché considerati potenziali fonti di contagio.Durante i periodi di peste il medico adottava ovviamente misure di protezione individuale, tra cui la maschera con il caratteristico becco adunco ed un vestiario che copriva la maggior parte del corpo.I rimediL’uomo ha sempre cercato qualche rimedio contro le malattie pestilenziali e nei trattati del ‘400-‘700 si trovano molti consigli che venivano proposti in assenza di qualsiasi conoscenza sull’eziologia e patogenesi delle malattie. Tra questi il salasso, lo sfregamento del malato, il trattamento evacuante. Mille altri rimedi più o meno codificati arricchivano l’armamentario terapeutico dei medici nel corso delle epidemie. Vi era poi una medicina popolare prodiga di rimedi basati sulla superstizione e sulla magia. Vi era poi il ricorso a santi protettori o a pratiche miranti a curare i malati dei peste o a proteggere le persone dal contagio.

Viaggi internazionali e malattie epidemiche

Viaggi internazionali e malattie epidemiche

Lo scopo del convegno  “Viaggi internazionali e malattie epidemiche” è quello di focalizzare l’attenzione su vecchie e nuove epidemie e porre l’attenzione sulla loro possibile riemersione.

L’idea innovativa del convegno è quella di allargare la platea di riferimento ad un target non solo interessato all’argomento medico, ma anche storico e culturale.
Saranno presenti studenti dell’Istituto Nautico e i Cadetti dell’Accademia Militare Navale di Livorno.

Questo convegno è una risposta alla ricerca di quali siano le radici storiche della Travel Medicine, nata nel 1981 con la Medicina Italiana del Turismo (nel momento in cui il dott.Pasini si occupava di Talassoterapia a Rimini) come estensione della scienza della talassoterapia.
In Versilia come a Rimini, nacque la cultura della talassoterapia, del turismo come atto curativo.
Le origini della Travel Medicine si rinvengono sin dalla metà del quattordicesimo secolo, quando a Venezia vennero creati i primi lazzaretti per far fronte all’epidemia di peste nera.

Nella storia militare, numerosi sono gli esempi gravissimi di epidemie, come ad esempio quella che falcidiò le forze dell’esercito Sabaudo a metà Ottocento. Lo stesso generale La Marmora morì di colera nella guerra di Crimea.

Peste, Sifilide, Vaiolo, Colera sono alcune delle epidemie trattate in questo covegno.

Il convegno recupera questo aspetto storico e lo contestualizza ai giorni nostri.

Gli uffici di Medicina Transfrontaliera (USMEF), che la dott.ssa Condorelli rappresenta all’interno del convegno, hanno radici antiche, che risalgono ai tempi della patente sanitaria richiesta al momento dell’imbarco sulle navi.

Carlo M Cipolla – “Il Burocrate e il marinaio” in questo libro si racconta che gli inglesi prediligevano la sicurezza delle merci a quella delle persone. Se vogliamo fare un collegamento ai giorni nostri, la figura degli inglesi oggi è rappresentata dai cinesi.

L’illustre Giovanni Boccaccio, di cui ricorre in questo anno il settecentenario della nascita, descrive perfettamente l’epidemia del morbo del colera nell’introduzione del suo Decameron.
L’accento che vige su tutto il convegno è quello della prevenzione, un tema troppo spesso trascurato anche in quelle che sono le nuove indicazioni sanitarie.
Una sana prevenzione a tutti i livelli, determina poi anche un miglioramento più ampio, meno ricorso alle cure e quindi un risparmio sanitario.

La prevenzione, da un punto di vista medico ed etico, va vista come il primo punto di partenza.

Parlare di prevenzione ora potrebbe sembrare contro corrente per quanto riguarda l’attuale situazione sanitaria, ma analizzando a fondo la questione, si evince non esser così.
Il pericolo di nuove pandemie è molto presente e alto perché ai giorni nostri è molto facile spostarsi anche per grandi distanze.
La mobilità estremamente fluida e i flussi migratori sono fattori che agevolano e moltiplicano i rischi e i fattori di propagazione; la Scienza medica, e le tecnologie moderne contrastano e prevengono in modo sempre nuovo.